Il Nodo Compagnia teatrale
 

Lui e il barbaro signore di Venezia

di Roberto Berveglieri

Spettacolo itinerante rinascimentale


 
   
 
Lui e il barbaro signore di Venezia
     

 
Rievocazioni storiche
Lui e il Barbaro signore di Venezia: romanzo ispirato da un avvenimento realmente accaduto.
Trama breve
Nella primavera del 1529 Stefano, bisognoso di un periodo di riposo e riflessione, è inviato dall’amico di famiglia, l’Abate di Chiaravalle, all’antica Abbazia Benacense, benedettina, sul lago di Garda. Nella tranquillità e l’incanto di quei luoghi Stefano studia, riflette e scrive, ma capisce che la vita cenobitica non fa per lui. Nota le contraddizioni tra l’apparente spiritualità del luogo ed anche di sinceri monaci e la sostanza dei comportamenti dell’alto clero. Purtroppo, l’Abbazia Benacense è sede del tribunale dell’Inquisizione della Valtenesi e di quei luoghi. In quei giorni ospita alcune personalità laiche e religiose, e tra queste il lateranense Calisto Fornari, futuro Inquisitore Generale d’Italia.
Il tempo trascorre, e Stefano può dedicasi alle predilette letture, agli studi classici e alle riflessioni filosofiche e teologiche. Iniziava, infatti, a fiorire allora quel prezioso filone di umanesimo cristiano così splendidamente rappresentato e vissuto da Tommaso Moro che conciliò i valori classici con le molteplici istanze proprie dell’uomo.
Sempre più spesso, Lui, fugge nell’immenso parco di piante secolari e, quando non è rapito dalle letture, gli studi classici, le riflessioni filosofiche, si lascia sciogliere negli aromi di quella terra, dove, nelle solitarie passeggiate dell’immenso parco di alberi secolari, il giovane intuisce la malia di quella terra, abitata dall’uomo fin da epoche remote. Comprende il fascino di quella località, nella quale la storia dell’uomo aveva radici antichissime e che si proiettava in avanti verso un futuro che si augurava più pacifico e florido; e lui, ora inconsapevole, avrebbe in qualche modo contribuito a scriverne alcune pagine. In ogni direzione guardasse e verso qualsiasi epoca storica spingesse la sua immaginazione, gli pareva di cogliere che proprio lì, nella Valle degli Ateniesi, in quella possente Abbazia, s’incrociava la storia e il suo destino. Lui, Stefano, non solo assiste, ma partecipa al fortunale dibattito intellettuale del Rinascimento, e cavalca il desiderio di rinnovamento dei suoi tempi, vive intensamente un momento di grande passione intellettuale e spirituale. Le idee riformatrici di Martin Lutero pervadono l’Europa. Un momento storico da vivere. E Stefano lo vuole vivere, ma con animo sofferente, perché sente che quel luogo, comunque, non è per lui. Avverte lo sfoggio di austerità esteriore, povera, apparente, anime bianche che covano vendette e rancori. L’Abbazia così maestosa vista dal di fuori, così armoniosa e sprizzante serenità all’interno dei suoi chiostri, cova nei sotterranei il frutto più terribile dell’epoca. Sotto terra, infatti, è ospitato il Tribunale dell’Inquisizione della Riviera del Garda. Là hanno ricavato i sepolcri diabolicamente disposti per soffocare i sospiri e annientare la vita di quegli infelici, condannati a trascinare gli ultimi loro giorni nelle viscere della terra. In mezzo a queste ombre, Stefano pensa ai giorni patavini, alle lettere, alla conoscenza. E il giovane Stefano è sempre più interiormente irrequieto. Ma qualcosa di nuovo avrebbe presto contribuito a scatenare ancor più i contrasti di e temporali di sangue si affacciano all’orizzonte.
Nell’agosto del 1529 all’Abbazia Benacense arriva ospite una giovane nobildonna di 25 anni, Grazia, vedova del conte Bernardo da Vailate, rimasto ucciso nella battaglia di Pavia. La ragazza è bella, intelligente, affascinante, con tanta voglia di vivere. Grazia nota il giovane studioso, schivo e appartato, alto, magro, dalla personalità conturbante. La nobildonna è attratta dal giovane erudito dall’aspetto triste e melanconico. Informatasi dall’amico priore (Teofilo da Cremona), con uno stratagemma riesce di avvicinare Stefano nel parco della grande Abbazia. Grazia incalza il giovane e dopo alcuni giorni di approcci, riesce a portarsi a letto Stefano, ma il rapporto non è completo, consumato male e deludente. Grazia ritenta ancora, ma purtroppo Stefano è notato da un monaco, Guido, geloso della ragazza, che per questo lascia l’Abbazia.
La rabbia cova nel monaco dissoluto che, respinto dalla nobildonna, denuncia Stefano all’Inquisizione.
Contro il parere dell’Abate, Stefano e Guido sono rinchiusi nelle celle sotterranea dell’Inquisizione. Contro le norme della Repubblica, il processo inizia senza il rappresentante della Serenissima, con pesanti interrogatori e difese di grande passione da parte di Stefano, poiché sa che il vero intento del tribunale è quello di processare Venezia, la sua politica ed i suoi uomini più rappresentativi, il Contarini per primo.
Il Consiglio dei Dieci, informato del caso, si riunisce d’urgenza con la Signoria. Le implicanze politiche sono tante e gravi per la Serenissima. Il processo al giovane docente patavino e la sua condanna, significavano un processo ed una condanna ai rinnovatori veneziani e alla politica della Serenissima. Poteva essere messa in gioco l’autonomia della Repubblica per le contrapposizioni intransigenti della chiesa. Decidono di nominare Savio Straordinario all’Eresia il loro uomo migliore, il Procuratore Almorò Barbaro.
All’epoca degli avvenimenti ha 47 anni. Gigante della cultura veneta, Procuratore di San Marco, fine diplomatico. Forte personalità con un grande carisma. Non aveva ancora 39 anni che si era visto offrire l’ambita nomina di Patriarca di Aquileia. Ha insegnato nell’Università di Padova. Ha un mandato: l’assoluzione del giovane erudito e la sua liberazione per evitare una condanna alla politica tollerante di Venezia.
Mentre forze distruttive si muovono intorno a lui, Stefano è solo e recluso nella sua cella. Visitato soltanto dai monaci che gli portano i miseri pasti, si guarda le mani, in silenzio. Ora se ne stanno sporche e povere sul suo grembo, non possiedono nemmeno carta e penna per scrivere, ma solamente un foglio, già compilato, su cui sottoscrivere la confessione piena e completa delle sue colpe. L’ignoranza lo schiaccia ancor più della fame e della stanchezza. Gli sembra di non far più parte del mondo dei vivi.
Un pomeriggio il giovane recluso riceve la visita di un importante personalità della curia romana (Gerolamo, maestro del Sacro Palazzo), che gli promette l’assoluzione e la libertà a due condizioni. La prima che firmi un documento riconoscendo la sua colpa, scaricando la responsabilità delle deviazioni dottrinali sui suoi amici veneziani. L’altra che si conceda a lui. Stefano, se poteva cedere alla seconda condizione, non può farlo per la prima perché non vuole tradire i suoi amici e soprattutto il suo maestro Gaspare Contarini.
Il processo riprende alla presenza del rappresentante della Serenissima. Stefano non riconosce il Procuratore veneziano e si scatenano in lui diversi sentimenti. Nella prima seduta Almorò fa distruggere i verbali precedenti, faziosi e non veritieri, e fa scagionare il giovane dall’accusa di eresia. Stefano non risponde all’Inquisitore sui rapporti carnali con Grazia. L’inquisitore Celso ordina il tratto di corda. Almorò si oppone con sdegno e riprende lui l’interrogatorio. Stefano risponde alle domande, intuendo che la situazione può evolversi a suo favore. Il presidente sospende la seduta ed il giovane, stremato, è portato nella sua cella. All’alba riceve la visita del Procuratore. Coinvolgente, toccante e liberatoria la confessione di Stefano ad Almorò. Racconta tutta la verità, ammettendo al Barbaro i suoi sentimenti e la sua duplice personalità sentimentale. Almorò lo capisce e lo incoraggia ad accettarsi. Lui, ha paura del domani ed il Procuratore lo rassicura dicendogli di seguirlo durante l’interrogatorio alla ripresa del processo. Vibrante l’arringa del Procuratore a tutela delle libertà fondamentali dell’uomo garantite a Venezia. Il processo si chiude con l’assoluzione di Stefano e la protezione della Serenissima.
Almorò non vuole stravincere e umiliare il tribunale. Propone un solenne pontificale durante il quale Stefano avrebbe fatto atto di sottomissione alla chiesa, ed onorare quindi anche le eminenze inquirenti. Stupenda ambientazione, commovente e toccante esaltazione di Stefano da parte di sua beatitudine. Terminata la solenne cerimonia Stefano, sotto scorta, parte per l’Isola di San Giorgio.
Inizia una tenera e salda amicizia, anche nella collaborazione diplomatica, tra Stefano e Almorò. Stefano è attratto da Almorò, e tra i due uomini di cultura si sviluppa una forte amicizia. L’attività di Stefano e gl’incontri con le menti libere del tempo nella villa padovana di Pietro Bembo, dove si riunisce anche la vivace mondanità italiana e d’Europa.
Grazia, sempre più invaghita e innamorata di Stefano, lo vuole. In un incontro diplomatico a Mantova chiede apertamente ad Almorò di potersi incontrare con Stefano. Il Procuratore acconsente, ma sarà lui a decidere i tempi ed i modi per evitare che il giovane intellettuale faccia una terza brutta figura. L’occasione sarà la Consulta segreta di Cremona. Si decide il matrimonio di Francesco Sforza con Cristina di Danimarca, nipote di Carlo V e la difesa dei territori veneziani in terraferma. Stefano viene nominato segretario alla consulta con Almorò plenipotenziario.
In segreto, da un capitano del Consiglio dei Dieci, Stefano è prelevato dal monastero di San Giorgio e viene condotto da Amorò, che lo attende alla Piazzetta di San Marco. Da lì, in barca, raggiungono Marghera dove li attende una carrozza ed una scorta armata guidata dal capitano Gianfrancesco Gonzaga per condurli a Cremona. Il silenzio del Procuratore ed i turbamenti di Stefano. L’arrivo a Padova, con il cambio della scorta. Almorò inizia a preparare il giovane sulla loro missione. L’arrivo a Verona, dove pernottano al palazzo del Podestà. Il pranzo in onore degli ospiti, dove Stefano incontra la bellissima Caterina Contareno, nipote di Almorò. Le attenzioni delle nobildonne, attratte dal fascino di Lui. La partenza verso il Garda. A Peschiera Stefano riconosce i luoghi della sua sventura e si turba. Almorò lo tranquillizza e lo informa della visita all’Abbazia di Maguzzano, dove incontreranno alcuni diplomatici ed eminenti personalità per preparare i colloqui di Cremona. Il Procuratore lo avverte che in Abbazia incontrerà una persona cara. Stefano intuisce ma non vuole ammettere a se stesso che si tratterà di Grazia. L’arrivo in abbazia con i contrastanti sentimenti di Stefano quando varcano il portone. Dalla sua stanza, osservando il lago, vede l’imponente Abbazia Benacense e fugge dal suo maestro. Questi lo tranquillizza e lo rassicura convincendolo che se vuole la libertà deve superare il suo passato affrontandolo. Il giovane chiede al maestro perché proprio lui lo spinge ad un rapporto con Grazia e proprio in una Abbazia. Almorò spiega e motiva. Stefano gli palesa tutto il suo affetto.
Colloquio di Almorò con Grazia, dove il Procuratore ricorda alla ragazza che “il più bel dono che può dare un uomo ad una donna è la sua innocenza, ma lo può fare una sola volta”. Grazia capisce, ma è impaziente, e vuole incontrare subito Stefano. Si ritira nella sua stanza, si rinfresca e poi va in quella del giovane amato che, alla finestra, non si accorge del suo arrivo. L’incontro dei due, la dolcezza di lei verso il giovane e il loro pomeriggio d’amore. Il giovane si riscatta diventando uomo. Finalmente, a tarda sera, si lasciano e Stefano bussa alla porta di Almorò. Gli dice di aver amato Grazia, che è stato bello, ma che non lo ha tradito.
Dopo la partenza da Maguzzano i due diplomatici veneti si dirigono verso la loro meta ed incontrano la scorta del duca Francesco Sforza, guidata dal padre e dai fratelli, che li attende a Pontevico. Emozionante l’incontro con il fratello più giovane Umberto, che per disposizione del padre comanda il gruppo. A Cremona sono ricevuti dall’imperatore Carlo V in una solenne cerimonia a Palazzo dei Militi. Grazia è presente, e Stefano la desidera.
Stefano è protagonista della Consulta segreta. Egli ha un innato e naturale senso della mediazione. Sue sono le proposte che vengono siglate. Durante la permanenza cremonese Grazia funge da squisita ospite. In un banchetto Grazia volle Stefano vicino a sé, e tenta, vistosamente, di stuzzicare il giovane diplomatico per un incontro e una notte d’amore. Al termine dei colloqui, Almorò torna a Venezia passando per Mantova. Stefano va a Milano per incontrare la madre. Rimane alcuni mesi, ma nonostante le insistenze dei famigliari, alla fine di ottobre torna nella sua isola, perché ormai i suoi interessi ed i suoi affetti sono a Venezia.
Con la complicità di Almorò, Stefano incontra Caterina Contareno, e tra i due giovani inizia una tenera e contrastante storia d’amore. Stefano vede la luce dei suoi occhi profondi, la voce che ispira serenità, le labbra sorridenti, il suo corpo sinuoso e slanciato, vibrante e calmo inducono alla quiete. E nell’austerità di quelle sale imparano ad amarsi. Stefano rimane combattuto tra il forte amore di Almorò e quello tenero di Caterina, ma non può lasciarsi confondere, perché ciò che gli sta capitando è troppo intenso. E, capisce che li può amare entrambi, maestro e compagna, con la stessa intensità e forza, li amerà entrambi per tutta la vita, ma con sentimenti diversi, consapevole ormai che l’amore può essere offerto a persone differenti in forme diverse.
Pertanto, portato a termine il suo più grande capolavoro di diplomazia, il coronamento d’amore di Stefano e Caterina, Almorò capisce che deve liberare Stefano dalla sua presenza e, quindi, senza strappi, si ritira dalla scena accettando nuove e lontane missioni per la Serenissima Repubblica. Partito, subito i due colti amici sentono le solitudini che aumentano, il tempo che si dilata, il grigio che si dilata. Ora, salvo rari ma intensi incontri, il loro affetto è scambiato soprattutto per via epistolare.
Sono riportate nove importanti lettere, coinvolgenti e affascinanti, di cui una di Stefano all’amico e compagno Andrea, chiude la vicenda tra i due amici, dove Stefano descrive il maestro e l’amore per lui.
Almorò, chiude il manoscritto sintetizzando la storia di Stefano degli Uberti, compenetrata nelle vicende storiche della sua epoca. Ne tratteggia la personalità, la grandezza e il futuro che lo attende.

       
       
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