Il Nodo Compagnia teatrale
 

Jacques e il suo padrone

di Milan Kundera

Omaggio in tre atti a Denis Diderot

 
   
 
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Jacques e il suo padrone
     
 
Commedie Teatro contemporaneo
'Jacques e il suo padrone' scritto a Praga nel 1971, pochi anni dopo l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'esercito sovietico, nasce dalla profonda ammirazione di Kundera nei confronti del filosofo francese Denis Diderot; il testo è infatti una rielaborazione in chiave teatrale del romanzo 'Jacques il fatalista e il suo padrone' scritto da Diderot tra il 1765 ed il 1777.

In un momento in cui nel suo paese ogni forma di libertà sembra essere completamente soppressa da parte dei nuovi occupanti, Kundera sente il bisogno di rifugiarsi nel positivismo occidentale, nella razionalità illuministica ed ecco che la sua scelta cade su di un testo che, contravvenendo alle più classiche regole della narrazione può essere considerato un vero e proprio inno alla libertà: la trama di 'Jacques il fatalista' infatti è pressoché inesistente. La vicenda si può riassumere come il lungo racconto che Jacques ed il padrone fanno delle loro avventure trascorse, includendo inoltre la vicenda riguardante Madame de La Pommeraye ed un infinito numero di altre piccole digressioni.

I due non si curano di rispettare un percorso narrativo, ma si interrompono ripetutamente, o interrompono lo stesso narratore, il quale, da parte sua, anziché cercare di approfondire le vicende in questione, si diverte in più occasioni a lasciarle in sospeso per passare ad altro o per dare la parola ad uno dei suoi personaggi, sicché alla fine si ha la sensazione di trovarsi di fronte alla trascrizione di una divertita e caotica chiacchierata.

Il testo di Kundera vive su una apparente contraddizione tra il fatalismo ereditato da Diderot, riassumibile nella frase di Jacques 'Nessuno sa dove va', e la consapevolezza che Jacques ed il padrone hanno di rivivere una storia che li ha già visti protagonisti in passato che li porta quindi a trovarsi nella condizione di sapere già che cosa li aspetta. Infatti nonostante ciò che accade sulla scena venga vissuto al presente da parte dei personaggi, le loro vicende in realtà risalgono a 200 ani prima e gli eventi sono la ripetizione di fatti già accaduti, quindi coloro che vi sono coinvolti sono costretti, loro malgrado, a ripercorrere pedissequamente le loro esperienze trascorse.

Dopo due secoli Jacques ed il padrone si trovano a reinterpretare la loro storia perché qualcuno ha deciso di richiamarli in causa. Prima era stato Diderot ed ora è Kundera che determina le loro azioni e le differenze sono minime (ad esempio l'assenza dei cavalli che suscita le ire del padrone). Non è quindi più possibile per loro parlare di un destino assolutamente imprevedibile del quale non curarsi, poiché la successione degli eventi non è mutata e loro stanno ricalcando fedelmente le orme di un tempo.

In realtà si può dire che nel periodo che intercorre tra le due opere i due non abbiano mai smesso di rivivere le loro avventure senza variazioni e quindi senza la possibilità di un riscatto, poiché il loro destino non può che essere quello, ma almeno hanno avuto la possibilità di prendere coscienza di questa situazione.

Jacques ed il padrone possono quindi essere considerati come due personaggi del XVIII secolo che, continuando a ripetere le loro vicende, hanno attraversato gli anni ed hanno quindi avuto modo di maturare una visione della loro esperienza anche alla luce di quanto è accaduto in tutto questo lasso di tempo; per cui non si può pensare a loro riferendosi esclusivamente ai caratteri illuministi creati da Diderot, in quanto in essi è sì presente la componente settecentesca ma ormai si tratta di figure a tutti gli effetti a noi contemporanee, quindi questa nuova versione di Kundera altro non fa che mostrare la naturale evoluzione compiuta dai due attraverso i secoli.

Tutta la loro storia si riduce a ciò che viene rappresentato sulla scena, i due non hanno un passato e non hanno futuro, infatti sin dalla loro comparsa iniziano a porsi una serie di interrogativi riguardo la loro provenienza ed un loro eventuale futuro prossimo che vengono liquidati nel momento stesso in cui vengono pronunciati: 'Da dove veniamo? Da laggiù!', 'Dove andiamo? C'è forse qualcuno che sappia dove va?'; e la mancanza di una risposta a questi quesiti dipende dal fatto che una risposta non c'è. Nel momento in cui compaiono sul palcoscenico Jacques ed il padrone hanno appena terminato di vivere la stessa vicenda altrove, in qualche altro luogo o non-luogo. Non possono perciò vantare delle esperienze trascorse al di fuori di questa medesima storia che è il loro passato, presente e futuro; per cui allo stesso modo quando escono di scena è per andare a iniziare tutto da capo da qualche altra parte. L'inizio e la fine della vicenda quindi coincidono, poiché l'andamento del tempo ha uno sviluppo circolare, non lineare, il che porta a negare che il corso della storia vada verso un fine e quindi verso una soluzione, perciò tutto si stempra nella ripetizione di azioni e situazioni.

L'idea della ripetizione si manifesta non solo in questo modo, ovvero vincolando i due protagonisti all'ipotesi di un eterno ricorso degli eventi, ma anche diffondendosi all'interno del testo stesso e caratterizzando lo svolgersi dei tre racconti che si intersecano l'un l'altro all'interno della vicenda principale: ' E' sempre la stessa identica storia. In fondo Madame de La Pommeraye non è che una replica del cavaliere di Saint-Ouen. E io sono soltanto un'altra versione del tuo povero Bigre e Bigre non è che una variante di quell'allocco del marchese. E Justine è uguale ad Agathe e Agathe è uguale a quella puttanella con la quale alla fine il marchese è stato costretto a sposarsi' dice il padrone a Jacques nel terzo atto, ed è vero, poiché le tre differenti esperienze che vengono narrate sono pressoché identiche: riguardano imbrogli e raggiri di natura sentimentale, perpetrati ai danni di amici ed amanti.

Gli avvenimenti che caratterizzano la vita delle persone sono quindi molto più simili di quanto si pensi, anche se poi l'epilogo può rivelarsi differente, come nel caso delle avventure di Jacques e del padrone; le due storie infatti, pur iniziando allo stesso modo, terminano diversamente: Jacques si riconcilia con Bigre, mentre Saint Ouen viene ucciso in duello dal padrone. Il che potrebbe anche apparire una giusta conclusione, vista la naturale simpatia che comunque esercita Jacques e che è totalmente assente nel suo doppio Saint Ouen (il quale peraltro non si limita a tradire il padrone ma infierisce ulteriormente approfittando della sua dabbenaggine). Se però si risale all'inizio della vicenda si può vedere quanto i due atteggiamenti nei confronti delle loro azioni siano simili: Jacques stesso ammette di non essersi ubriacato per il dispiacere, dopo aver approfittato di Justine, ma per la gioia.

Tutto ciò porta alla conclusione che non è possibile prevedere il proprio futuro sulla base di esperienze trascorse, poiché non sempre ad una determinata azione corrisponde sempre e soltanto quella reazione e per questo l'uomo non si può considerare padrone del proprio destino, poiché non è detto che tutto quello che ha predisposto vada poi a buon fine. A dimostrazione di ciò vi è la vicenda narrata dall'ostessa riguardante Madame De La Pommeraye, la quale dopo aver architettato meticolosamente un piano per vendicarsi del marchese Des Arcis ottiene un esito diametralmente opposto a quello che si era prefissata, 'Perché non c'è nulla di sicuro a questo mondo e le cose cambiano senso appena soffia il vento. E il vento soffia sempre, e voi neanche lo sapete. Il vento soffia e la fortuna si tramuta in sfortuna e la vendetta in ricompensa…..' come le risponde Jacques.

Il servo conosce perfettamente la sua situazione di impotenza di fronte al destino, ed anche il padrone, sebbene di tanto in tanto abbozzi dei moti di ribellione, se ne è reso conto, tant'è che l'unico atteggiamento che assume è quello di prendersela con chi ha scritto la loro storia accusandolo di essere un cattivo poeta. Questo spiega lo spirito ironico e disincantato con il quale i due si pongono di fronte alla loro vicenda, consapevoli del fatto che comunque non sono loro a decidere il corso degli eventi, poiché tutto è già stato scritto. Non vi è dunque differenza tra le parti che interpretano quando si trovano sul palcoscenico o quando sono sulla pedana a rivivere il loro passato, poiché si tratta di un gioco, di una recita, per cui l'immedesimazione nel ruolo che stanno vivendo è la stessa: sia in una circostanza che nell'altra sanno già come andrà a finire.

Il racconto non è più quindi la rievocazione di eventi passati, infatti la scelta di farli rivivere sulla scena trasferendoli al presente li trasforma in elementi costitutivi della vicenda a cui si sta assistendo, ma diventa un gioco tramite il quale riescono ad accettare più serenamente la loro situazione, ovvero spingendo all'estremo la loro condizione di 'attori'.
E' quindi l'ironia che consente ai due protagonisti di affrontare con leggerezza la loro condizione, divertendosi nell'interpretare il copione che è stato scritto per loro.

Davide Cornacchione


'Di colpo capii che era stata solo una mia illusione aver pensato che siamo noi a sellare le nostre avventure e a guidare la loro corsa; e che quelle avventure forse non sono affatto nostre, ma piuttosto ci sono state messe sotto dall'esterno; che non ci caratterizzano in alcun modo; che noi non possiamo in alcun modo controllare il loro strambissimo corso ed esse ci trascinano via guidate a loro volta da forze che ci sono estranee'
(Milan Kundera 'Amori ridicoli' Adelphi 1988)
...continua



Spettacolo di repertorio non più disponibile per la messa in scena.

Regia   Davide Cornacchione
     
Scene e costumi   Sara Gicoradi
Luci   Maurizio Balzarini
Coreografie   Sonia Baccinelli
Assistente alla regia   Elisa Rocca
Consolle tecnica   Andrea Pozzi
Assistente di palcoscenico   Laura Furlani
Maestro di scherma   Attilio Calatroni
Costruzioni scenografiche   Guido Cornacchione
Relazioni esterne   Raffaello Malesci
Consolle tecnica   Gianni Pastorello
Sartoria   Anna Furlani, Luisa Danesi, Cherie Glower, Mariuccia Schivardi, Santina Piazza
Grafica   Maurizio Balzarini
     
Personaggi   Interpreti
Jacques   Alberto Cella
Il Padrone   Raffaello Malesci
L'ostessa   Stefania Odolini
Bigre padre   Cesare Ferrari, Nicola Abate
Bigre figlio   Emiliano Baresi
Justine   Elena Danesi
Saint Ouen   Daniele Bottini, Davide Cornacchione
Agathe   Luisa Cei, Paola Franchini
La madre di Agathe   Cristina Scalmana, Luisa Cornacchione
Il comissario   Emiliano Baresi, Vittorio Cominardi
Il marchese Des Arcis   Luigi Guatta, Francesco Buffoli
La figlia   Luisa Cei, Paola Franchini
La madre   Cristina Scalmana, Luisa Cornacchione
Il giudice   Roberto Baresi, Vittorio Cominardi
Servo di scena   Elisa Rocca
     
     
Ringraziamenti   Parrocchia di Vighizzolo
Parrocchia di Colombare di Sirmione
Cinema Teatro Sereno-Brescia
Foto Gek di Montichiari
Circolo A.N.S.P.I. di Sirmione
Teatro Telaio di Brescia
CONDIR Az. Agricole di Montichiari
Brescia Scherma
Doratex - Giò Ferrari
Don Pietro Terraroli
Don Alfredo Scaratti
Pietro Arrigoni
Arrigo Apolli
Gianni Pastorello
Fulvia Pozzi
       
       
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