Il Nodo Compagnia teatrale
 

Moglie... o attrice? ovvero il marito della debuttante

di Henri Meilhac e Ludovic Halévy

Commedia in 4 atti

 
   
 
Moglie... o attrice? ovvero il marito della debuttante
  • Francesca Carini
    Francesca Carini
  • Fiorenzo Savoldi
    Fiorenzo Savoldi
  • Achille Marai
    Achille Marai
  • Tommaso Lavegas
    Tommaso Lavegas
  • Danilo Furnari
    Danilo Furnari
     
 
Commedie
Per la prima volta in Italia una delle più brillanti commedie di Meilhac e Halévy, la coppia di drammaturghi più prolifica dell’ottocento francese, le cui commedie, opere e operette spopolavano nei teatri francesi della seconda metà dell’ottocento.

La commedia gioca con l’annoso dilemma di una bella fanciulla da marito dell’alta società parigina: “Diventare una moglie rispettabile, oppure un’attrice famosa?”. Indecisa vuole chiedere consiglio alla sua madrina e ai suoi molteplici spasimanti. Ne sortiranno una serie di equivoci che la porteranno a diventare una grande attrice proprio il giorno del suo matrimonio…

Una commedia sul mondo del teatro e della celebrità che ci fa riflettere sul fatto che la smania del successo, l’attrazione per le luci del palcoscenico, il fascino del rutilante mondo dello spettacolo facevano perdere la testa alle fanciulle di allora come a quelle di oggi.


La critica

IL MARITO DELLA DEBUTTANTE
Critica alla prima rappresentazione de “Il Marito della Debuttante” di Emile Zola


Al Palais Royal sembra avere molto successo la nuova pièce di Meilhac e Halévy: “Il marito della debuttante”. Il pubblico ha tributato ai quattro atti di cui si compone la pièce un’accoglienza differente: molto caloroso al primo, entusiasta al secondo, caldo al terzo e leggermente freddo al quarto; vorrei parlare dell’opera proprio da questo punto di vista, dalla reazione del pubblico, perché vi sono spunti interessanti.

Prima di tutto, darò una breve analisi di ogni atto.

Primo atto – Nina è stata allevata dalla Signora Capitaine, donna con un passato di donnina allegra, che è diventata una saggia sposa. Ora, la signora Capitaine ha dato a Nina una doppia educazione: le solide qualità di una casalinga e le arti dilettanti di una fanciulla; al punto che Nina esita fra due partiti, sposare l’impiegato Lamberthier, o farsi mantenere dal visconte di Champ-d’Azur. Ma decide la sorte, sposa Lamberthier.
Secondo atto – Siamo alle nozze. Il vice sindaco Mondésir sta per sposare Lamberthier e Nina. Bisogna sapere che Mondésir è allo stesso tempo direttore di un teatro di operetta. Ora, nel bel mezzo di un successo planetario, la sua stella si ammala, è alla disperazione, quando apprende la notizia che Nina ha già cantato il ruolo in un teatrino. Seduta stante la ingaggia e porta tutto il corteo di nozze in teatro.
Terzo atto – Si svolge sul palco del teatro di Mondésir. Vi avvengono tutta una serie di piccoli episodi. Il solo fatto importante è che Lamberthier, sistemato dal regista in un palco di proscenio al piano terra, si arrabbia vedendo la moglie apparire in pubblico vestita con un abito di scena molto scollato. Scavalca la rampa ed è necessario abbassare il sipario, in mezzo ad un tumulto spaventoso.
Quarto atto – E’ trascorso un anno. Dai Lamberthier le cose sono particolarmente cambiate. Nina ha un successo folle; i direttori e gli autori litigano per averla. Quanto alla trasformazione di Lamberthier è anche più completa: possiede un palazzo, una vettura, un segretario; ora non è altro che un buon amministratore, che cerca di incassare quanti più soldi possibili sfruttando il talento della moglie. E’ lui che l’aiuta ad imparare i testi, indicandole le intenzioni drammatiche; è lui che accetta o rifiuta i testi che gli autori vengono umilmente a leggere. In questo frangente obbliga Nina a congedare due spasimanti. Ma costei ha già preso come amante il segretario di suo marito. Quando scopre l’infedeltà di quest’ultimo la pièce termina bruscamente per la partenza della coppia per l’estero, dove la cantante è ingaggiata con contratti da favola.

Questi sono i quattro atti de Il marito della debuttante. Come si può notare i signori Meilhac e Halévy si affrancano completamente dal codice drammaturgico, facendosi pienamente beffe di ogni qualsivoglia intreccio coerente ed equilibrato. Siamo lontano dalle pièce ben fatte di Scribe. Gli autori presentano al pubblico semplicemente una serie di quadri, collegati fra di loro da un filo molto sottile e che è a volte addirittura inesistente. Hanno, in fondo, un’unica preoccupazione: trattare separatamente ogni quadro con la maggior quantità di spirito e allegria possibile, farvi passeggiare dei personaggi presi dalla realtà, sottolineati da una punta di fantasia parigina. Quanto alle peripezie arriveranno nel bene e nel male, o addirittura non arriveranno per nulla; e in quanto allo svolgimento sarà una cosa o l’altra. L’interesse non è più nel meccanismo ingegnoso dei diversi elementi della commedia; è nella vivacità, nelle pennellate sottili e vive di quadri trattati singolarmente.

Ciò è talmente vero che riassumendo Il marito della debuttante ho omesso un personaggio importante, il conte Escarbonnier, interpretato da Geoffroy. Questa nuova incarnazione del sig. Prudhomme, questo superbo imbecille che attraversa i quattro atti facendo dei solenni discorsi, questo magnifico cornuto che la moglie ha abbandonato e che si intenerisce trovando nel regista di Mondésir un amante della moglie, è una eccellente figura comica, di grosso spessore e molto divertente; ma è assolutamente inutile all’azione, non è richiesta e non porta nulla.
Dirò lo stesso di Biscara e di Marasquin, accompagnato dalle sue quattro figlie. Biscara che ogni nuova stella infiamma, ha fatto sorridere perché si è creduto di intravedere il profilo, indicato in modo discreto, di una personalità molto conosciuta nell’ambito teatrale. Marasquin e le sue quattro figlie allo stesso modo sono stati accolti come delle vecchie conoscenze, dato che sono già stati utili più volte; i signori Meilhac e Halévy stessi ce li avevano mostrati ne le Roi Candaule. Alla fine si tratta solo di personaggi che sfilano. Non portano nulla all’intreccio; completano una collezione di parigini originali. Insisto perché esiste ora una nuova dimostrazione, felice e applaudita, delle idee che difendo. Ancora una volta, è provato che il soggetto è poco importante, che l’intreccio può mancare, che i personaggi stessi possono non avere alcun genere di legame con l’azione; è sufficiente che i quadri offerti al pubblico siano vivi e che si provochi il riso oppure il pianto.

 Tuttavia il pubblico è stato stranamente ombroso su alcuni passaggi. Nulla mi interessa di più che il modo in cui un pubblico si comporta davanti ad un dramma; e questo mi riporta all’esame dei quattro atti di cui ho fatto l’analisi più sopra.

 Il pubblico in sala è stato coinvolto dal primo atto. E’ stato realmente affascinato dall’inizio alla fine. Ho già detto che i signori Meilhac e Halévy, nei loro lavori, azzeccano sempre il primo atto, e questo si spiega anche con il modo in cui lavorano. Procedendo per quadri, fatalmente mettono nel primo l’idea che li ha colpiti, il punto di partenza; in seguito, devono faticare molto, senza peraltro ottenere grandi risultati, per tirare le conseguenze ed arrivare al finale. Nulla è bello come la scena di seduzione, quando il visconte di Champ-d’Azur si china sulla spalla di Nina, seduta al suo pianoforte, e le promette una villetta, una vettura, tutta una vita di ozio e di lusso; Nina dapprima rifiuta, poi sta per cedere, e la frase del piano torna spegnendosi, con un languore voluttuoso. Ciò è di una fantasia letteraria squisita. Eccellente scena anche la partita di whist che decide le sorti di Nina: se Lamberthier vince, lo sposa; e vince, dopo averle dato l’emozione di una partita nulla.

 Ho detto che nel secondo atto, la gioia della sala era diventata entusiasmo. Tuttavia questo secondo atto mi piace molto meno. E’ molto allegro, ma di una gaiezza un po’ volgare. Poi, si è già visto. Senza parlare delle nozze de Un cappello di paglia di Firenze, il vice sindaco Mondésir, al quale le sue preoccupazioni di direttore di teatro fanno perdere la testa, non ricorda forse il giudice de La Boule che mescola il parto di sua moglie all’affare che viene dibattuto davanti a lui? La situazione è identica, la risata è richiamata dalla stessa logica. Esaminate da vicino i due atti e sarete colpiti dalla somiglianza. Senza dubbio, il pubblico si è molto divertito, proprio perché ritrovava una situazione conosciuta. Qui si ritrova tutta la forza della tradizione. Ieri si è riso molto di qualcosa, perché non dovremmo ridere anche oggi? Niente è più divertente, in effetti, che questo bizzarro vice sindaco, che interrompe ad ogni istante la lettura del Codice per preoccuparsi del suo teatro. D’altra parte, il corteo di nozze stupito, preoccupato, la sposa che canta la Petite Poularde con la sua corona di fiori d’arancio, lo sgomento del marito, l’importanza stupida del conte Escarbonnier ampliano la situazione conosciuta con elementi nuovi. Da qui, il grande successo.

 Quello che prova che la tradizione non basta più, è che il terzo atto ha colpito di meno il pubblico. I dieci, dodici, piccoli episodi che seguono lo scompiglio, non sono molto nuovi. Si è già visto spesso, d’altronde, la scena di un teatro guardata all’inverso con le quinte al contrario, il sipario alzandosi e scoprendo come fondale una sala piena di spettatori. Il grande successo è stato il trucco molto semplice che mostra gli spettatori di questa sala in tre stati differenti, prima immobili e attenti, poi che cominciano ad agitarsi quando Lamberthier disturba lo spettacolo e poi completamente furiosi, minacciando i pugni e facendo volare i seggiolini. Si abbassa semplicemente il sipario, che scopre successivamente, riaprendolo, i fondali, dove i tre stati del pubblico sono dipinti in modo molto divertente.

 Arrivo al quarto atto, e insisterò, perché è quello che mi ha interessato più di tutti.
 Credo di intuire che è lì che bisogna cercare l’idea primordiale del testo. Gli autori volevano mettere in scena un certo tipo di matrimonio di artisti, la moglie adorata dal pubblico, il marito, uomo affascinante in fondo, ma dove lo sposo si è azzerato per far posto ad un amministratore di prim’ordine che batte cassa sfruttando questa adorazione. E’ inutile indagare se gli autori si siano ispirati nel nostro mondo contemporaneo. Quello che bisogna dire, è che il fatto era di una tale originalità da dover fatalmente indurre in tentazione un giorno degli osservatori parigini come Meilhac e Halévy.

 Tantè, il fatto è molto originale; aggiungo che è anche molto pericoloso. E senza dubbio gli autori lo hanno capito, dato che non hanno osato affrontarlo apertamente. Non ho dubbi infatti che, se l’hanno tenuto per il loro quarto atto, se l’hanno strangolato e dissimulato in un finale invece di svilupparlo lungo tutto il testo, questo deriva solo dal desiderio di rispondere alle critiche che rimproverano loro l’abitudine di terminare le pièce miseramente; speravano senza dubbio di terminare con un colpo di fulmine. Non sono così lontano dalla verità, dato che sembrano aver indietreggiato davanti alla loro idea primaria, che i primi tre atti sembrano una preparazione ben lunga del quarto; che la pièce insomma, la pièce nuova, originale, altamente contemporanea e parigina, fosse in questo quarto atto. Per me la commedia si termina proprio nel momento in cui inizia. I signori Meilhac e Halévy non hanno ancora approcciato la situazione principale della loro opera, la tagliano corta e fanno sparire i loro personaggi, spedendoli all’estero.
 
Mi hanno fatto notare che il titolo parla del marito di una debuttante e non del marito di una attrice. Ebbene, allora aspetterò il seguito, la pièce originale, quella, in una parola, che ci promette il quarto atto interrotto. I signori Meilhac e Halévy sono tenuti a scriverla.

 D’altronde hanno fatto prova di una grande abilità, accompagnando gli spettatori in tre atti di episodi già conosciuti, prima di approcciare il punto saliente, quello che avevano senza dubbio da molto tempo in nota nei loro cassetti e che non osavano rischiare. Il pubblico, in effetti, è diventato subito serio e un po’ freddo quando ha sentito dove lo si voleva condurre. Questo gli sembrava di cattivo gusto, non era più uno scherzo, indovinava da dove lo spunto sia stato preso, subodoravano la realtà dietro alla fantasia. Sono rimasto molto colpito da questo fastidio improvviso, da questa défaillance davanti al documento umano.

 E ne sono convinto anche se la pièce avesse avuto un altro andamento, se il quarto atto fosse venuto dopo il primo e se il resto si fosse magistralmente sviluppato. Ne avremmo perso gli atti molto divertenti del comune e del teatro: ma si tratta qui di atti conosciuti, la cui perdita, da un punto di vista letterario, non sarebbe stata grande. Insomma, non portano nulla e non lasciano nulla che il ricordo di una risata, di cui non ci si ricorda nemmeno più bene la causa. Si è riso, ma sarebbe difficile, il giorno dopo, ricordarsi il perché:
 Forse sarebbe stato fischiato il marito. Forse, presentandolo prima nel suo ruolo di amministratore, gli autori lo avrebbero troppo presto spiegato e imposto al pubblico a forza di allegria e di abilità. In ogni caso avrebbero creato un personaggio, ciò che è il trionfo supremo in teatro.

Emile Zola
Tratto da “Nos Auteurs Dramatiques” Edito da Charpentier Editeur a Parigi nel 1881



Meilhac e Halévy

Estratto da Francisque Sarcey “Quarant’anni di teatro” 1897 Edito da Bibliothéque des Annales Parigi 1901
Traduzione Raffaello Malesci


… Sembra dunque che a partire dal 1870 ci sia come un periodo di stasi. Lo si è detto e ripetuto più volte e lo si scrive ancora. Non proprio stasi, ma di incertezza sì. Io resto invece sorpreso dal numero di talenti che sono sorti dopo il 1870, alcuni hanno trovato la loro strada, soprattutto nel vaudeville, altri ancora la stanno cercando, altri ancora appariranno uno di questi giorni agli occhi di un pubblico stupefatto. (…) Bisognerà pur trarre questa conclusione infine, infatti nessuno sembra dubitare che il teatro sia oggi vivo come non lo è mai stato. Voglio pertanto sottolineare a tal proposito il posto occupato in questo campo da Henri Meilhac. Certo parlando di Meilhac non bisogna mai dimenticarsi che Halévy ha sempre avuto metà del merito nella maggior parte delle sue opere migliori. Questi due nomi sono inseparabili.

Qual è la percentuale di collaborazione di ciascuno all’interno delle opere comuni? Questo è un problema delicato e probabilmente impossibile da risolvere. Meilhac mi ha detto più volte, e gli si può credere sulla parola, che in tutte le collaborazioni, è sempre stato lui ad avere in mano la penna. “Non c’è una frase – ha affermato – nei nostri vaudeville che non sia stata scritta e riscritta dieci o venti volte da me!” . La cosa migliore è attenerci per quanto riguarda il mistero della loro collaborazione a quella famosa frase di Augier : “E’ vero che il pubblico, trovandosi davanti due autori, si imbarazza e non sa a chi rivolgersi domandandosi : Quale dei due? E noi avremo l’accortezza di rispondere che la nostra pièce è stata scritta in perfetta commistione di spirito. Per essere poi sicuri di non sbagliarci faremo come gli sposi che si dicono l’uno all’altro : Tuo figlio!”. Parleremo perciò dell’opera di Meilhac come dell’opera di entrambi. (…)

Meilhac dunque non ha avuto il destino di Marivaux di non essere compreso e ammirato dalla sua generazione. Egli gode fra i suoi contemporanei di una grande reputazione, anche se gli è stata riconosciuta solo negli ultimi anni. Se ne volete una prova la troverete nella difficoltà che ha avuto a vincere non dirò la ripugnanza, ma i dubbi dell’Académie. (…) C’erano delle prevenzioni verso di lui: si diceva che fosse un parigino molto raffinato, molto spiritoso, ma che le sue opere, leggere e frizzanti come un calice di champagne, non sarebbero durate più della generazione dei boulevard per cui sono state scritte. Credo che Meilhac, eccetto questi ultimi anni, abbia sofferto di non vedersi riconosciuto il suo giusto valore, messo dal grande pubblico ad un livello inferiore rispetto a Augier e Dumas. (…)

Meilhac ha avuto fra i grandi scrittori comici dei nostri tempi un vantaggio non da poco: egli ha messo sulla scena delle fanciulle e delle donne prese dalla vita reale, delle parigine copiate dalla natura e, se mi si concede l’espressione, disegnate sullo spirito del 1868. (…) Proprio quelle fanciulle e quelle giovani donne dai modi troppo vivi e troppo decisi che Meilhac ha preso dalla penna di Marivaux riproducendole e fotografandole poi con i modi e le espressioni del secondo impero. Le donne di Marivaux erano femmine oneste che potevano avere qualche bizza. Quelle di Meilhac hanno i nervi; nervi delicati, dolorosi, esasperati, ma sempre nervi nei canoni dell’onestà. Potete scorrere tutta la sua opera e vedrete che tutte si fermano ai limiti dell’onestà, e se cadono è solo perché spinte da qualche marito imbecille. Le donne di Meilhac hanno più curiosità che temperamento; hanno il gusto dell’amore senza essere schiettamente e veramente innamorate. Esse giudicano l’uomo per quello che vuole, si attengono ad un sicuro disprezzo fino a che le circostanze non aprono loro gli occhi. Giocano con le passioni e si circondano di uomini di mondo che fanno loro la corte.

Basta cercare fra le innumerevoli commedie di Meilhac e appariranno sempre i tratti della donna onesta del secondo impero. Per quanto riguarda le cortigiane poi, o quelle che hanno una certa predisposizione ad esserlo, mai sono state meglio tratteggiate e con modi più somiglianti che da Meilhac. Tutto il mondo della vita parigina è stato da lui indagato con una sicurezza e con una malizia nell’osservazione impagabile. Sarà proprio Meilhac con le sue piccole commedie, che darà un ritratto della Cocotte come in un album di fumetti o di caricature anche quando in futuro questo concetto sarà da tempo scomparso dal vocabolario. E così come Meilhac è stato il pittore preciso di queste dame, così lo è stato di tutti quei corteggiatori che le hanno amate e pagate. Le sue opere sono una galleria vivente di ritratti dove nessuno manca di essere vivo e presente e di riprodurre la vera vita del modello insieme all’ironia dell’artista che lo osserva. Questo è il principale merito di Meilhac: la capacità di osservare e di riportare ciò che ha osservato con un tratto netto, preciso e leggermente caricaturale. Egli possiede in primo luogo la fantasia che rende vivo il teatro. (…)

Sono convinto che la gloria di Meilhac crescerà via via che il tempo farà scoprire nella sua opera nuove bellezze e la voglia di studiarlo con rinnovata curiosità.

Francisque Sarcey (Estratto)
...continua



Spettacolo di repertorio non più disponibile per la messa in scena.

Regia   Raffaello Malesci
     
Scene e costumi   Raffaello Malesci
Traduzione   Valeria Bisoni
Riduzione drammaturgica   Raffaello Malesci
Luci   Danilo Furnari
Coreografie   Fiorenzo Savoldi
Consolle tecnica   Alessandro Viespoli
Costruzioni scenografiche   Maurizio De Antoni
Sartoria   Mariuccia Schivardi
Costumi   Adriana Doato
Trucco e acconciature   Severino Boschetti
Grafica   Danilo Furnari
Ufficio stampa   Stefania Malesci
Segreteria   Serena Signori, Federica Ghidini
Fotografie di scena   Maurizio Balzarini
     
Personaggi   Interpreti
Il conte Escarbonnier   Fiorenzo Savoldi
Lamberthier   Danilo Furnari
Mondésir   Angelo Filippini
Biscara   Daniele Maffietti
Il visconte di Champ-d'Azur   Tommaso Lavegas
Marasquin   Achille Marai
Nina   Silvia Pipa
Signora Capitaine   Francesca Carini
La direttrice del teatro   Ferdinanda Onofrio
Signora Mathurin   Stefania Tisi
Signora Boquet   Ferdinanda Onofrio
Berthe   Francesca Romanò
Amélie   Francesca Torre
Pauline   Monica Desiderati
Margherite   Laura Gavelli
     
     
Ringraziamenti   Comune di Vobarno (Bs)
       
       
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